Se muoiono gli Avvoltoi, muoiono le persone.

1 month ago 38

Grifone (Gyps fulvus)

L’ottusità umana, unita alla capacità di far danni, porta all’autolesionismo.

Troppo spesso l’incapacità di veder al di là della punta del proprio naso ha portato l’Homo sapiens a combinare disastri epocali.

Lo studio The Social Costs of Keystone Species Collapse: Evidence From The Decline of Vultures in India, condotto dagli economisti ambientali Eyal Frank e Anant Sudarshan, dimostra la correlazione fra drastico declino delle popolazioni di Avvoltoi in India a partire dagli anni ’90 del secolo scorso principalmente a causa della somministrazione ai bovini del Diclofenac (farmaco tossico per gli Avvoltoi necrofagi) e l’aumento della mortalità umana a causa della diffusione di patogeni connessi alla diffusione dei cadaveri degli animali.

Con un numero ridottissimo di spazzini naturali, la stima dell’aumento della mortalità umana annua è del 4.7%, corrispondente a una stima di 104.386 decessi in più all’anno rispetto alla media.   

Il contrasto al declino della biodiversità è fondamentale anche per l’Homo sapiens, prima lo si comprende e meglio è.

Soprattutto prima si pongano in condizioni di non nuocere (rispedendoli a meditare nelle proprie case) gli amministratori pubblici che – per ottusa convinzione o, più spesso, per interessi elettoralistici – vogliono far fuori Lupi, Orsi, Rapaci, Passeri, Castori, Lontre, Dingo, Cervi, Daini e pure i Quackuotti striati , se esistessero.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

Grifone (Gyps fulvus)

da Kodami, 20 luglio 2024

La scomparsa degli avvoltoi in India ha causato la morte di oltre mezzo milione di persone: lo studio. (Salvatore Ferraro)

Quante volte ci si chiede a cosa serva questo o l’altro animale, oppure per quale motivo dovremmo impegnarci così tanto per arrestare il declino della biodiversità proteggendo le specie dall’estinzione. La risposta è, per esempio, per salvare centinaia di migliaia di vite umane. Secondo infatti uno studio che ha analizzato le conseguenze del drammatico declino degli avvoltoi in India, la scomparsa di questi uccelli necrofagi avrebbe causato la morte di oltre mezzo milione di persone solamente tra il 2000 e il 2005. Secondo lo studio firmato dagli economisti ambientali Eyal Frank e Anant Sudarshan, già disponibile come working paper e di prossima pubblicazione sull’American Economic Review, la quasi estinzione degli avvoltoi nel sub-continente indiano ha generato un effetto a cascata e la perdita di alcuni preziosi servizi ecosistemici che hanno portato a una maggiore diffusione di patogeni legati all’aumento dei cadaveri degli animali che a loro volta hanno causato un incremento dei tassi di mortalità umana del 4,7%, ossia di circa 104.386 morti in più ogni anno.

Capovaccaio (Neophron percnopterus)

A partire dagli anni 90, l’India ha assistito alla quasi estinzione di tutte le specie di avvoltoi un tempo abbondanti nel paese. Questi uccelli necrofagi sono però una cosiddetta “specie chiave”, ovvero un elemento essenziale per il corretto funzionamento degli ecosistemi e dei benefici a essi associati anche per noi umani. Questi rapaci non si limitano solamente a smaltire le carcasse degli altri animali, ma contribuiscono anche a tenere sotto controllo le popolazioni di altri animali spazzini o opportunisti pericolosi per la salute umana, come ratti, volpi e cani che possono trasmettere la rabbia. Inoltre, senza più gli avvoltoi in circolazione, gli allevatori che si occupano degli oltre 500 milioni di capi di bestiame presenti nel paese, hanno cominciato smaltire i corpi degli animali gettandoli nei corsi d’acqua, facilitando ulteriormente la diffusione di malattie. Ed è esattamente questo che è accaduto in India. Nel 1994, gli allevatori hanno infatti iniziato a somministrare il farmaco diclofenac ai bovini e altri animali allevati. Tuttavia, come è ormai noto da tempo questo farmaco si è dimostrato essere estremamente velenoso per gli avvoltoi che mangiavano questi animali, poiché danneggia i loro reni. E così, in appena un decennio, le popolazioni di avvoltoi in India sono crollate drasticamente, passando da oltre 50 milioni di uccelli ad appena poche migliaia. Un declino senza precedenti delle popolazioni che in alcuni casi e per alcune specie è stato di oltre il 90%. E senza più avvoltoio a fare da “spazzini”, gli animali morti hanno cominciato ad accumularsi per le strade delle periferie delle città, dove i campi sono diventati vere e proprie discariche di carcasse per necrofagi meno efficienti, come ratti e cani randagi.

Per correre ai ripari, il governo indiano ha poi reso obbligatorio l’utilizzo di sostanze chimiche per accelerare lo smaltimento dei cadaveri, sostanze tossiche che sono poi inevitabilmente finite nel terreno, nei corsi d’acqua e nelle falde acquifere, le principali risorse idriche delle popolazioni umane. E per calcolare l’impatto di tutto ciò sugli esseri umani, gli autori hanno quindi sovrapposto le mappe degli habitat degli avvoltoi a quelle dei distretti amministrativi indiani. Successivamente, hanno poi esaminato i registri sanitari di oltre 600 distretti, controllando la qualità dell’acqua, il clima e il numero di ospedali. Prima del 1994, i tassi di mortalità umana nei distretti studiati erano in media dello 0,9% ogni 1.000 persone, un valore di riferimento che teneva conto anche della presenza abbondante di avvoltoi in un dato distretto. Ma entro la fine del 2005, le aree storicamente abitate da un gran numero di avvoltoi, hanno visto un aumento medio dei tassi di mortalità del 4,7%, ossia quasi 105.000 morti aggiuntive ogni anno. Nel frattempo, i tassi di mortalità nei distretti dove non c’erano mai stati gli avvoltoi, sono invece rimasti stabili allo 0,9%. Tutto ciò, si è inevitabilmente tradotto anche in un enorme impatto economico. Basandosi infatti su ricerche precedenti sulle spese sanitarie pro capite in India, i ricercatori stimano per lo stesso periodo anche un aumento nella spesa pubblica legata alla crisi degli avvoltoi pari a 69,4 miliardi di dollari all’anno. I numeri emersi da questo studio sono piuttosto impressionanti, anche se non sorprendono più di tanto. Gli effetti della scomparsa dei necrofagi erano prevedibili e si erano già fatti sentire, costringendo il governo indiano a vietare definitivamente l’uso del diclofenac nel 2006.

Il danno ormai era fatto e anche oggi è molto improbabile che le popolazioni di avvoltoi torneranno ai numero pre-crisi, almeno non nel breve periodo. La scomparsa di una specie animale può impattare in modi imprevedibili e potenzialmente devastanti sulle vite, la salute e l’economia umana. Tutti gli esseri viventi sono collegati tra loro in una rete fittissima. Perdere dei nodi, come è accaduto con gli avvoltoi in India, ha conseguenze a breve termine che possono essere facilmente misurate. Tuttavia, questa rete è talmente complessa e intricata che non potremo mai immaginare completamente cosa accadrà nelle nostre vite se continueranno a sparire altre specie. Gli avvoltoi svolgevano un ruolo essenziale nel ripulire l’ambiente dalle carcasse, prevenendo la diffusione di malattie. La loro scomparsa ha portato a un aumento delle malattie e ha avuto un impatto devastante sulla salute umana e sull’economia, causando la morte di oltre mezzo milione di persone e danni economici enormi. Ma cosa accadrà quando spariranno altre specie animali i cui servizi sono meno evidenti o sconosciuti? Le conseguenze dirette e indirette della perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici offerti alle nostre vite potrebbero essere incalcolabili. Ogni specie estinta rappresenta una perdita di un servizio unico e insostituibile che la natura ci offre gratuitamente. In un modo o nell’altro, le nostre vite sono sorrette da questa rete. Ed anche per questo che dobbiamo proteggere animali, piante e quante più specie viventi possibile dall’estinzione: la salvaguardia della biodiversità è essenziale per il benessere presente e futuro dell’umanità.

(foto e disegno S.D., archivio GrIG)

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